ALLA RICERCA DEL MARE PERDUTO


“Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi” (Marcel Proust)


Se è vero che il nome è destino allora Africa, Guardando il mare, il Pescatore, Medusa, Mogadiscio, Stele
migrare, Venezia – questi alcuni dei nomi delle sculture di Franco Salemme – dicono già quanto questa
scultura si nutra del mito del viaggio, della partenza, dell’avventura collegata al mare, richiamando mondi
che, non necessariamente, distano chissà quanti chilometri o miglia.
E’ un viaggio, quello al quale Franco ci induce, dove il mito liquido del mare si concretizza in forme solide come
in “Medusa”, scultura nella quale i lunghi tentacoli gelatinosi dell’animale marino divengono travetti aggettanti e
curvi a citare l’animale stesso ma immortalato per sempre nel suo scafo ligneo. Sì, immortalato.
Il mare liquido viene come contenuto nelle sculture di Franco Salemme, in un presente eterno, sottratto al trascorrere
delle onde e del tempo, metaforizzato in un altro carattere possibile e tutto grazie ad un’azione di spaesamento
e, contemporaneamente, di rapporto profondo con il mare che Franco ha, per nascita.
Egli è, infatti, uomo di mare e dal mare ha tratto, fin da bambino, linfa vitale per la sua arte nutrendosi degli umori
salmastri del suo Tirreno che, nei pressi della sua terra, si apre in un ampio, antico golfo colmo di storia e di vicende.
Chissà quante volte, passeggiando lungo le coste, sul litorale sabbioso, si sarà imbattuto in tronchi portati dal
mare, imbevuti di acqua, formati in strane sagome che potevano anche sembrare animali o volti o pezzi di parti
di nave e chissà quali altri relitti che avranno senz’altro stimolato la sua creatività.
Chissà quante volte avrà sognato di pirati e bucanieri, di avventure e di leggende con il volto affondato in qualche
pagina di Jules Verne o di Robert Louis Stevenson completamente rapito da Long John o da Phileas Fogg. Poi,
in quei momenti, alzando gli occhi verso lo spazio sconfinato del mare, quell’orizzonte deve esergli sembrato
l’unico possibile e ha cominciato a sognare e quel sogno non lo ha più abbandonato.
E’ qui che Franco Salemme è divenuto scultore, per la gioia e la meraviglia di quel lontano bambino affascinato
dal mistero senza tempo e senza nome di quel mare e dei suoi oggetti che egli, come un artista antico, ha riprodotto
affinchè la loro vista continuasse sempre, per tutta la vita, a destare in lui quella stessa gioia e quella stessa
meraviglia.
Ecco tutto qui. Come al solito le cose grandi originano spesso da felicità semplici ed ecco nascere la scultura
“Senza nome”, una mandorla di legno con alti spessori, con corde tirate negli spazi vuoti forse, un tempo, polena
beneaugurale di chissà quale nave o “Venere” una morbida ala di legno di noce, cuscino di chissà quale dea, accogliente
come il ventre di una Grande Madre primitiva, o “Venezia” dove tutto il carattere volitivo dell’antica
Repubblica marinara è sintetizzato in quelle ali svettanti che conducono altrove lo sguardo, forse verso quei territori
di oltremare fantastici e vagheggiati dei quali Franco ci riconduce i miti e le leggende.
E’ una scultura quindi, quella di Franco Salemme, che vuole tornare al mare con quel suo eterno gesto di addio
alla terraferma anche nella forma che egli conferisce al suo lavoro, generalmente mandorlata o a chiglia di barca
ma sempre, e comunque, dotata di una possibilità di galleggiamento o di astrazione, che dir si voglia, dalle sponde
di quel mare.
A mandorla sono “Prigioniero”, “Senza Nome”, “Venezia”, “Africa”, “Il Pescatore”, “Libellula” sebbene in questa
ultima scultura un’ala scatti lateralmente come a citare il volo e la forma pura della mandorla sia alterata dal
riferimento al movimento, fatto questo che accade anche in “Mogadiscio”, in “Africa”, in “Guardando il Mare 3”,
in “Libellula”, in “Vela”.
La forma a mandorla, più o meno pura, è, come ogni forma, anche essa stessa significato alludendo a una sacralità,
secondo il nome della scultura, e proteggendola, anche, all’interno di quel significato, reso visibile dalla
forma.
La mandorla si ritrova in molte sculture o pitture nel corso della storia dell’arte, una per tutte la rinascimentale
Madonna della Mandorla, appunto, bassorilievo sovrastante una delle porte laterali del Duomo di Firenze, dove
la Madonna, assisa in trono, è circondata da una schiera di angeli, serafini e cherubini, il tutto racchiuso nella
forma del sacro frutto. Ecco quindi un’antenata illustre dei lavori di Franco Salemme le cui opere proseguono
sulla linea di una tradizione italiana che caratterizza tutti i più grandi momenti dell’arte e pone il suo sogno di
viaggio nel solco della grande scultura.
Pur tuttavia molti secoli sono trascorsi da quel Rinascimento al quale le sculture di Salemme si ispirano e la novità
che egli ha introdotto è appunto il suo personale rapporto con il sacro e la sua unica e irripetibile idea di viaggio.
Il sacro è, comunque, per Franco qualcosa di connesso con la lontananza, con l’impossibilità di essere raggiunto
e solo a tratti può essere intravisto ed ecco allora il suo disperato tentativo di “legarlo” come in “Il
Pescatore”, in “Medusa”, in “Il Prigioniero”, in “Senza Nome” dove corde trattengono qualcosa che è già immobile
ma non quanto Franco desiderebbe, non quanto occorrerebbe a lui per non perdere mai quel sogno, per attingere
davvero a quel siginificato che soltanto può essere intuito e mai, veramente, raggiunto.

Alessandra Bruni